HomeEconomia e FinanzaFOCUS INFLAZIONE/ Lavoro e salari possono ancora influenzarla?

FOCUS INFLAZIONE/ Lavoro e salari possono ancora influenzarla?

In questo focus sul fenomeno inflattivo si analizzerà la causa o le cause dovute alla contrattazione salariale; nell’articolo precedente ci si era soffermati sul ruolo delle materie prime nell’innescare l’inflazione, e si era giunti alla conclusione che la proxy di anticipo ritenuta valida e robusta dalle autorità monetarie per decretare la comparsa di inflazione è la variazione del prezzo del barile di petrolio (tutto questo per com’è organizzata la nostra attuale dimensione economica e produttiva a livello planetario e dalla Seconda guerra mondiale in avanti).GEO-FINANZA/ Le svolte cinesi per continuare a sorprendere l’Occidente
Pertanto, sembra contraddittorio parlare di modelli inflattivi che insorgano dalle dinamiche salariali, se in fin dei conti sono sempre le materie prime (gli aumenti dei loro prezzi) a innescare il fenomeno inflattivo.
La spiegazione è la seguente: quando si parla di inflazione da shock esogeni sulle materie prime (col ruolo principe del petrolio) si parla di accadimenti indipendenti dalla dinamica e dall’organizzazione economica, produttiva e sociale di un certo contesto: a dirsi, il crollo di miniere, lo scoppio di conflitti armati che implicano l’abbandono dei campi petroliferi di estrazioni, tempeste e uragani di particolare violenza; ad esempio, si ricordi da ultimo il caso della portacontainer che ha bloccato il Canale di Suez. Quindi, per derivazione si parla allora di modelli inflattivi rinvenienti dalla dinamica salariale, quando questa contrattazione si risolve in una pressione – questa volta – sulla domanda di beni e servizi, e per tale via porta all’aumento dei prezzi di materie prime e prodotti finiti. In buona sostanza, i modelli della domanda e offerta salariale individuano sia un causa di generazione del processo inflattivo che una sua modalità di trasmissione.RIALZI MATERIE PRIME/ Deaglio: ecco i veri rischi per la ripresa e il Recovery fund
Siamo giunti ora, perciò, al cuore dell’analisi: i modelli della domanda e dell’offerta salariale che generano inflazione; sostanzialmente, si hanno quattro modelli base, due dal lato della domanda da parte dell’impresa e due da parte dell’offerta di lavoro dei salariati; inoltre, due di questi modelli hanno come ipotesi i prezzi fissi, o meglio sarebbe dire, vischiosi nel breve/brevissimo periodo, mentre gli altri due hanno come ipotesi i prezzi flessibili.
Si giunge pertanto ai quattro modelli base : A) domanda di lavoro da parte dell’impresa con ipotesi di prezzi vischiosi, B) domanda di lavoro da parte dell’impresa con ipotesi di prezzi flessibili, C) offerta di lavoro da parte dei lavoratori salariati con ipotesi di prezzi vischiosi, D) offerta di lavoro da parte dei lavoratori salariati con ipotesi di prezzi flessibili. Si può generalizzare con molta precisione scientifica che i due modelli con ipotesi di prezzi flessibili sono di scuola monetarista e quelli con prezzi vischiosi di scuola keynesiana.RIALZO MATERIE PRIME/ Campiglio: quel 1973 che l’Italia non deve più ripetere
Il modello A, sottolinea il fatto che l’innesco dell’inflazione sia dovuto all’erronea valutazione da parte delle imprese che l’aumento del prodotto dell’economia del periodo precedente sia stato dovuto a un aumento di prezzi verificatosi con ritardo (ipotesi prezzi vischiosi), quindi le imprese per reazione aumentano i loro prezzi di vendita senza aumentare i salari reali, che nel periodo successivo verrano diminuiti dall’incremento dei prezzi; ciò a sua volta porterà i lavoratori a pretendere incrementi dei propri salari nominali per compensare l’aumento dei prezzi; questo meccanismo continua in maniera indefinita finché non viene aggiustata l’aspettativa errata. Una cosa del genere ricorda la scala mobile automatica dei salari degli anni ’80 in Italia: autoalimentava il meccanismo di incremento dell’inflazione.
Il modello B sottolinea in maniera inversa al precedente che stavolta le imprese leggono la crescita del prodotto reale dell’anno passato come crescita reale, mentre è stata una crescita solo nominale dovuta all’aumento dei prezzi; pertanto, interpretano questo dato come maggiore ricchezza da distribuire e aumentano i salari, nella convinzione che sia un aumento reale; i lavoratori sperimentano così con la propria spesa che si trovano di fronte a incrementi solo di prezzi, non variando le unità acquistabili e fanno maggiormente aumentare i prezzi, al che le imprese reagiscono con ulteriori aumenti: di nuovo si è innescato un meccanismo autopropulsivo.
Qui, però , la precisazione che deve essere fatta è che questi due modelli concepiti negli anni ’80 e ’90 avevano per ulteriore condizione implicita la presenza di sindacati forti, organizzati ideologici, e questa condizione non è più oggi così robusta come allora.
Il modello C così come il modello D sottolineano il fatto che stavolta sono i lavoratori a fare previsioni errate se la variazione del prodotto nominale dell’anno passato è un aumento reale oppure un aumento dovuto solamente a inflazione passata; si muovono entrambi con meccanismi di aggiustamento simili ai precedenti A e B discussi in maniera più analitica; solamente che, in questi due modelli, la variabile cruciale di riferimento è l’offerta di lavoro, e questo aspetto nell’economia del presente lavoro è un problema che diventa ai nostri giorni più attuale e drammatico. A dirsi, il ruolo del sindacato non è più oggigiorno quello degli anni ’80 e ’90, in buona sostanza i sindacati e quindi il lavoro salariato è molto più debole e disorganizzato rispetto alla controparte imprenditoriale.
E i risultati sono visibili: c’è bassa inflazione (comunque non superiore ancora al 4-4,2%, ma in realtà ancora sotto il 2% al momento in cui si redige questo intervento), ma tanta, tanta disoccupazione, soprattutto in Europa, e aspetto ancora più drammatico è la diminuzione della quota della capacità di lavoro potenziale: la forza potenziale lavoro di una società è un aggregato più ampio di quello dato dalla somma di occupati e disoccupati, in quanto tiene conto di tutte quelle persone non censite sul mercato del lavoro, semplicemente perché non lo cercano; sfuggono quindi ai dati degli uffici di collocamento, degli ispettorati del lavoro, delle agenzie del lavoro; persone che avrebbero tutte capacità per lavorare e semplicemente non cercano (anche ancora giovani) più niente; un problema sociale enorme e nell’ombra.
Fatte le precisazioni di cui sopra, si capisce perché con sindacati deboli e non più organizzati come una volta, le autorità e in particolare quelle monetarie, siano più tranquille dal punto di vista delle dinamiche retributive, anche se come riportato sopra le autorità politiche è ora che prestino molta molta più attenzione ai problemi reali del lavoro e alle sue implicazioni sociali e di relativi torbidi; in buona sostanza, a parere di chi scrive i tempi sono ancora sonnacchiosi ma non più tranquilli; la capacità di lavoro potenziale stimata e non conteggiata, si pensa che sia pari al 30% di tutti i lavoratori potenziali, e questo più o meno in tutte le società occidentali e industrializzate.
Non è possibile in questo intervento trattare con cura l’entità e la qualità del disagio sociale dovuto alla non occupazione, la quale dagli anni 2000 in avanti, come sopra riportato è diventata sempre più drammatica, complice anche la perdita di potere delle organizzazioni sindacali.
Comunque, la conclusione macroeconomica di questa prolusione è che i quattro modelli prima presentati delle dinamiche salariali, da altro punto di vista siano stati il tentativo di dare spiegazione sostanziale alla relazione (curva) di Phillips: più aumenta la disoccupazione e più diminuisce l’inflazione; al converso più diminuisce la disoccupazione più aumenta l’inflazione.
In prima battuta, tale ultimo assunto è stato sicuramente valido per i keynesiani, mentre per i monetaristi tale relazione non esiste: esisterebbe cioè solamente il fatto che finché il sistema economico non ha raggiunto un naturale tasso di disoccupazione non eliminabile, le diminuzioni della disoccupazione possono benissimo essere non inflattive, mentre una volta giunti al tasso naturale di disoccupazione, qualsiasi rivendicazione occupazionale è solamente inflattiva.
Un chiarimento di chiusura: al livello di pieno impiego di beni, servizi e lavoro da parte di un sistema produttivo, residua sempre una piccolissima parte di lavoratori disoccupati, per il semplice motivo che serve quel tempo necessario a trovare il lavoro maggiormente desiderato.
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