HomeEsteriObama, Trump, Biden e la crisi della potenza americana

Obama, Trump, Biden e la crisi della potenza americana

Allo stato attuale è difficile negare il rischio di una proliferazione nucleare in forma tuttavia rinnovata rispetto al picco del 1986 (69.368 testate nel mondo contro circa 13.000 oggi). Il recente caso del Regno Unito, che ha deciso di aumentare il numero delle sue testate nucleari da 180 a 260, non è il più rappresentativo del movimento attuale, che riguarda più una diversificazione di vettori spesso a duplice uso (nucleare o convenzionale). INCIDENTE NUCLEARE IN CINA/ “Usa e Francia manipolano l’emergenza di Taishan?”
Tuttavia, gli attuali progressi nei sistemi d’arma – generalmente riassunti sotto il nome un po’ pigliatutto di ipersonici – creano una dinamica simile tra Stati Uniti, Russia e Cina, segnata da un crescente intreccio tra deterrenti nucleari e convenzionali.
I due principali trattati russo-americani sul controllo degli armamenti – il New Start e l’Inf – sono stati costruiti sulla distinzione tra tattica e strategia: quest’ultima caratterizza sin dalla Guerra fredda le armi in grado di raggiungere la Russia dal territorio americano e viceversa. Firmato nel 2010 per subentrare ai trattati Start I e Sort, New Start limita il numero di lanciatori nucleari strategici a 700. Ad oggi, sia Mosca che Washington soddisfano ufficialmente i criteri. Firmato nel 1987, il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (Inf) ha posto fine alla “crisi degli euromissili”. Questo testo è equivoco: solo i missili terra-superficie erano vietati dal Trattato Inf mentre quelli sparati dalle navi restavano autorizzati: gli Stati Uniti ne avrebbero beneficiato pienamente consentendo alla US Navy di eserciate quindi un dominio incontrastato. La deterrenza convenzionale americana fu così organizzata proprio alla fine della Guerra fredda attorno alle dieci gigantesche portaerei nucleari della classe Nimitz, al cacciatorpediniere Arleigh Burke e agli incrociatori Ticonderoga capaci ciascuno di trasportare fino a cento missili, compresi i Tomahawk destinati a raggiungere obiettivi a più di 2.000 km. Questo missile da crociera simboleggiava la capacità della Marina degli Stati Uniti di essere in grado in pochi giorni, o anche in poche ore, di colpire “chirurgicamente” quasi ogni punto del mondo. Più che la deterrenza nucleare, la deterrenza convenzionale stava diventando il segno distintivo dell’iperpotenza americana.Diamante da 1098 carati trovato in Botswana/ Terzo più grande al mondo, ma Cullinan…
Ma la storia non finisce qui. Per trent’anni, lo scudo antimissilistico statunitense è diventato la principale preoccupazione sia dei russi che dei cinesi. Il vasto progetto di “guerre stellari” lanciato da Ronald Reagan nel 1983 fu certamente abbandonato, ma tuttavia permise agli Stati Uniti di migliorare, dopo la caduta dell’Urss, le proprie capacità antibalistiche. Non si trattava più di contrastare i missili balistici intercontinentali russi, ma di contrastare i missili a corto raggio dei cosiddetti Stati canaglia.
Ma da allora, lo scetticismo della Russia, alimentato dal suo crollo economico negli anni 90, e quello della Cina, alimentato dal ritardo che ha ancora nelle armi nucleari, ha continuato a crescere costantemente spingendole a modernizzare e diversificare gli arsenali. Lo scudo antimissile statunitense, ora operativo in Europa, si basa sul missile antibalistico SM-3, originariamente progettato per distruggere missili a corto e medio raggio. Tuttavia, il 16 novembre 2020, un SM-3 Block IIA ha intercettato con successo un Icbm durante una simulazione. Ciò allerterebbe Mosca e Pechino sul fatto che lo scudo non era forse destinato solo a contrastare gli Stati canaglia, ma anche gli Stati legalmente dotati di armi nucleari. A questo proposito, nel 2002 – senza aspettare Donald Trump! -, gli Stati Uniti avevano inoltre lasciato unilateralmente il trattato russo-americano sui missili anti-balistici (Abm) del 1972, che limitava gravemente le “capacità difensive strategiche” dei due Stati.Petrocelli (M5s) “Italia riferimento di Cina-Iran”/ “Non credo a persecuzione uiguri”
È in questo quadro conflittuale di lunga data che la Russia ha iniziato negli anni duemila a modernizzare i suoi armamenti strategici, con nuovi Icbm (Topol e domani Yars), nuovi sottomarini (Boreï) e i loro nuovi Slbm (Bulava), nuovi bombardieri pesanti Tu-160 così come lo sviluppo del proprio sistema Abm (S-500). I russi hanno anche lanciato nuove armi strategiche, rivelate nel 2018. Questi includono un drone autonomo a siluro con testata nucleare (Poseidon) destinato a colpire le città costiere.
Sul piano rigoroso della deterrenza nucleare, Pechino non gioca alla pari avendo circa 350 testate schierate o stoccate (contro 3.800 americane e 4.500 russe). Dagli anni 90, ha dovuto sviluppare la tecnologia mirvage (diverse testate nucleari sullo stesso missile). E, quando si parla di sottomarini missilistici nucleari, Pechino è ancora lontana da Washington e Mosca. Tuttavia, la Cina sta recuperando terreno sul livello qualitativo piuttosto che quantitativo, in particolare con una nuova classe di Ssbn (tipo 095) che rafforzerà la sua capacità di secondo colpo. Questo è anche il motivo per cui Pechino attribuisce tanta importanza al Mar Cinese Meridionale, il cui rilievo sottomarino consente ai suoi Ssbn di Hainan di diluirsi tranquillamente. Restano i numeri: la Cina resta lontana da Stati Uniti e Russia.
È comprensibile che, nel contesto della rivalità sistemica tra Pechino e Washington, la componente nucleare della deterrenza non sia la principale sfida per gli americani, anche se l’argomento viene ripreso regolarmente. All’inizio di quest’anno, l’ammiraglio Davidson, comandante della zona indo-pacifica, ha avvertito che Pechino rischiava di eguagliare Washington quadruplicando il suo arsenale, il che è a dir poco impreciso. Davanti al Senato, il 23 marzo, il suo successore designato lo ha contraddetto. Questo dibattito è indicativo del dilemma che devono affrontare gli americani. Per rispondere alle modernizzazioni degli arsenali russi e cinesi, devono spendere decine o addirittura centinaia di miliardi per progettare un nuovo missile balistico intercontinentale, un nuovo Slbm o nuove testate? O devono cambiare le loro priorità, anche abbandonando uno dei loro pilastri, come i missili balistici intercontinentali che potrebbero essere l’obiettivo di futuri alianti ipersonici? Questo è uno dei paradossi: anche quando la tensione tra Stati Uniti, Russia e Cina è all’apice, la possibilità di tale abbandono è sostenuta da alcuni strateghi, in vista del disarmo, certo, ma soprattutto dell’efficienza.
Non avendo firmato il Trattato Inf, che è scaduto dal 2019, la Cina ha sviluppato in modo massiccio sistemi d’arma con un raggio compreso tra 500 e 5.500 km. Al di là del fatto che i suoi missili balistici DF-21 o DF-26 potrebbero avere un duplice uso, e quindi trasportare una carica nucleare, la posta in gioco è soprattutto convenzionale, tanto più che un missile come il DF-26 ha capacità antinave. Con un’autonomia di 4000 km, potrebbe rivelarsi un formidabile killer di portaerei. In caso di invasione di Taiwan da parte della Cina, gli americani correranno il rischio di vedersi affondare le loro portaerei, che costano più di 10 miliardi di dollari per unità. E questo senza contare che i cinesi hanno messo in servizio anche il proprio aliante ipersonico, il DF-17. La sua gittata intermedia non la colloca nella categoria dei paesi che hanno armi strategiche, a differenza dell’Avangard russa, ma potrebbe rivelarsi un terribile deterrente su scala indo-pacifica. Lo sviluppo esponenziale della marina cinese ne fornisce un’illustrazione molto concreta. Per gli americani, quindi, lo shock è grandissimo: secondo uno studio recentemente pubblicato dall’US Government Accountability Office, i vari progetti di armi ipersoniche stanno vedendo esplodere i loro budget: dal 2020, più di 2 miliardi di dollari saranno spesi ogni anno in ricerca e sviluppo, rispetto a 0,5 miliardi fino al 2017.
La deterrenza convenzionale in Asia appare cruciale per gli Stati Uniti, andando oltre il motivo ufficiale per cui Washington si è ritirata dal Trattato Inf, ovvero il leggero superamento del limite dei 500 km da parte del sistema. Il russo Iskander è schierato in particolare nell’enclave di Kaliningrad. Che Mosca abbia oltrepassato questo ambito è probabile e simboleggia il deterioramento delle relazioni russo-americane su questo fronte, con la Russia che accusa anche gli americani per anni di eludere il Trattato Inf. Perché se la Nato assicura che il suo scudo antimissile non può essere utilizzato per schierare armi offensive contro Mosca, la realtà è meno scontata in quanto i lanciatori Mk41 che lanciano i missili SM-3 sono gli stessi che consentono di lanciare missili da crociera Tomahawk. Non c’è dubbio che la deterrenza convenzionale russa abbia fatto progressi negli ultimi anni – come il missile da crociera Zirkon, il primo ipersonico al mondo – ma questo fenomeno non è in alcun modo paragonabile per grandezza al grande balzo militare cinese. Questa attenzione alla Russia, d’altra parte, paralizza il continente europeo nella sua ricerca di un’autonomia strategica, incompatibile con la convinzione di una insuperabile Pax Americana.
I ricorrenti dibattiti sulla presunta obsolescenza della deterrenza nucleare sono quindi ben lungi dall’essere risolti. Lo dimostrano le cronache nordcoreane e iraniane. Con ancora, grande incertezza: il Jcpoa sepolto da Donald Trump può rinascere dalle sue ceneri? Riuscirà Biden ad aggiungervi, come voleva il suo predecessore, una componente balistica che limiterebbe anche la deterrenza convenzionale dell’Iran? Quanto alla Corea del Nord, illustra ancora una volta l’estrema importanza di quest’ultima forma di deterrenza: con Seoul nel raggio della sua artiglieria e il Giappone dei suoi missili a corto raggio, Pyongyang ha fatto affidamento sulla sua forza convenzionale per dissuadere gli americani e impedirgli di acquisire la “bomba”. Su varie scale, questi progressi nella deterrenza convenzionale sottolineano la fine dell’iperpotenza americana, come un filo invisibile che collega le presidenze di Obama, Trump e Biden.
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