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Toscana, dimezzate le visite per la diagnosi precoce del tumore

Le visite pneumo-oncologiche si sono dimezzate nell’ultimo anno in Toscana, a causa della pandemia. Cosa bisogna aspettarsi? Secondo gli esperti, questo gap rischia di portare, nel lungo periodo, a diagnosi in stadio più avanzato. Tra i campanelli di allarme che dovrebbero richiedere una visita specialistica ci sono sintomi specifici come difficoltà respiratoria, emissione di sangue con espettorato, tosse insistente e con caratteristiche peculiari e febbricola. “Quando la malattia viene diagnosticata in fase avanzata, si assiste inevitabilmente a una riduzione delle possibilità di guarigione”, spiega Mauro Iannopollo, oncologo AUSL Toscana Centro: “Sebbene la Toscana sia tra le regioni italiane in cui si sono registrate meno riduzioni dell’attività oncologica, ogni minimo ritardo va assolutamente recuperato, specie se si tiene presente che nel cancro del polmone non a piccole cellule, che rappresenta circa l’85% dei casi, è possibile intervenire con intento curativo fino al terzo stadio della malattia non metastatica. I nostri pazienti devono tornare nelle strutture ospedaliere per i controlli e le cure”.

Se il tumore viene scoperto in stadio “localmente avanzato”

In Toscana, ogni anno, si registrano circa 2.650 nuovi casi di tumore del polmone (1.800 uomini e 850 donne) e circa un terzo dei pazienti riceve una diagnosi in stadio III. “In base alla stadiazione, all’esame istologico (cioè all’esame del tessuto, ndr.) e alla caratterizzazione biomolecolare vengono assunte le decisioni sui percorsi terapeutici, che incidono sui risultati e sulla prognosi”, sottolinea Vieri Scotti, oncologo e radioterapista dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze: “Ad oggi, gli approcci terapeutici per il tumore al polmone localmente avanzato sono la chemioterapia seguita dalla chirurgia oppure la chemio-radioterapia, ovvero radioterapia associata alla chemioterapia, effettuate in maniera concomitante oppure una di seguito all’altra. Nei pazienti già sottoposti a chemio-radioterapia, inoltre, è oggi possibile fare immunoterapia di consolidamento, che può aumentare la percentuale di pazienti liberi da malattia e, quindi, potenzialmente guaribili”.

L’immunoterapia come mantenimento

La conferma è arrivata poche settimane fa, dal Congresso della American Society of Clinical Oncology (ASCO): i risultati a 5 anni dello studio di Fase III PACIFIC hanno mostrato i grandi benefici apportati dall’immunoterapia nel carcinoma non a piccole cellule localmente avanzato. Nello specifico, si è registrato un tasso di sopravvivenza globale a cinque anni del 42,9% per i pazienti trattati con durvalumab rispetto al 33,4% trattati con placebo dopo chemio-radioterapia. A 5 anni dal trattamento (che dura massimo un anno), iben un terzo dei pazienti non è andato incontro a progressione rispetto al 19% del gruppo di controllo. “Questi risultati importanti ci dicono che somministrare durvalumab come terapia di mantenimento, dopo trattamento chemio-radioterapico, determina un incremento del controllo a lungo termine della malattia e prefigura possibilità di guarigione per una classe di pazienti con una prognosi sfavorevole”, conclude Iannopollo: “È necessario che questo approccio sia reso disponibile a tutti coloro che ne possano trarre beneficio. A maggior ragione se si considera che i pazienti con tumore del polmone presentano maggior rischio di incorrere in complicanze respiratorie causate da Covid-19”.