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Raffaella Carrà resta uno stile di vita

Icona della tv e della risata, femminile nell’epoca del pudore. Non dimenticheremo la semplicità nei colori e la ricchezza dei costumi. Piaceva a tutti (Dc compresa). Ha ragione Almodovar: molto più “que una mujer”

E adesso speriamo che non la ricordino solo per l’ombelico scoperto del Tuca Tuca, per Frank Sinatra che le aveva regalato una collana di perle e per l’assalto di Roberto Benigni a Sanremo 1991, perché Raffaella Pelloni in arte Carrà, morta poche ore fa a Roma dopo una veloce e letale malattia, è stata ovviamente molto di più, in tutto il mondo. “Icona”, innanzitutto e come si dice delle figure che lasciano un segno nel costume, e feticcio di stile, ma anche personaggio dello star system e simbolo di assertività femminile. Amata e celebrata secondo logiche trasversali da mondi diversi come la televisione, la moda, le casalinghe, gli intellettuali e la militanza gay che la divinizzava come una “mater accogliente e dolorosa” perché dopotutto aveva avuto una vita piena e soddisfacente, ma mai una vera famiglia, mai figli, e poi cantava di indipendenza anche sessuale quando le donne inscenavano la commedia del pudore. 

Aveva settantotto anni, di cui sessantasei spesi davanti alle telecamere del cinema (il suo esordio era avvenuto a nove anni come “Graziella” nel dramma strappalacrime Tormento del Passato di Mario Bonnard, in cappottino doppiopetto e pamela di feltro sui ricci scuri: diceva due battute) e delle televisioni mondiali, ed era la dimostrazione di come si possa conquistare e mantenere il successo rimanendo fedeli a se stessi. Il caschetto biondo adottato nei primi Anni Settanta su consiglio di Celeste Vergottini e sostanzialmente immutato da allora. L’ombelico scoperto in anni di censure televisive, mai davvero sanzionato perché, come ricordava il primo grande direttore generale Rai, Ettore Bernabei, nei suoi diari da poco pubblicati, la Carrà non solo piaceva a tutti, ma avrebbe goduto per tutto il Novecento di straordinari appoggi in area Dc. 

  

Della sua folgorante carriera, dove aveva dimostrato anche ottime doti di intervistatrice, le era rimasto solo un cruccio: il programma Ma che sera , che aveva debuttato nella primavera del 1978, in un momento politicamente molto difficile per l’Italia, i mesi del rapimento di Aldo Moro. Fu l’apogeo e insieme la fine degli anni di piombo: l’Italia voleva uscirne e la Rai, termometro sensibilissimo dell’umore nazionale, confezionò volutamente uno show lenitivo, son et lumières, con la regia di Gino Landi e i testi di Gianni Boncompagni e Dino Verde. Raffaella Carrà, appena rientrata in Italia dopo anni di tournées all’estero, intonava “Tanti auguri” spuntando dal Duomo di Milano e Villa la Rotonda di Palladio dell’Italia in Miniatura. Diventò suo malgrado un inno alla liberazione sessuale. Il giorno in cui rapirono Moro tentò di bloccare la messa in onda del programma, che invece andò in onda lo stesso: raccontò all’Espresso di essersi vergognata così tanto da scappare un’altra volta. Come tutte le donne libere, aveva un grande senso del pudore.

   

 

Nessuno ricorda più della bufera sul suo contratto da sei miliardi di lire in tre anni che a metà degli Anni Ottanta rischiò di far saltare la presidenza Zavoli. Tutti, però, hanno nel cuore la sua strepitosa, sonorissima risata, i suoi tempi perfetti, gli eccessi indossati con ironia perché con lei il tailleur “da signora” non funzionava, la faceva apparire scialba e fuori posto. Con Gianni Boncompagni aveva inventato il day time televisivo (“Pronto, Raffaella” naturalmente che no, non fu solo “il programma dei fagioli” racchiusi nel vaso e di cui indovinare il numero) e anche cantato un sacco di canzoncine straordinariamente avant garde per l’italiano medio di quei primi Ottanta che intonava “Pedro Pedro Pedro Pe” senza davvero realizzare che parlasse di un gigolò e di una signora in età a caccia di carne maschile fresca a Santa Fe, e “Luca Luca Luca cosa ti è successo” senza capire fino in fondo che si trattava di una storia di outing (o forse coming out, come la vedesse Luca non è mai stato chiaro forse nemmeno a chi aveva ispirato quella storia, che è stato il suo costumista di riferimento fino a oggi, Luca Sabatelli).

 

Raffaella Pelloni in arte Carrà “come il pittore” aveva un appartamento pieno di costumi di scena. Molti, quelli degli esordi, li aveva lasciati in Rai (noi facemmo rifare quello della sigla di Canzonissima 1970 per una mostra, con lo stesso cadì bianco dell’epoca perché quello originale era andato perduto, forse rubato, e un tulle migliore); altri sono ancora patrimonio delle sartorie che lavoravano per le reti nazionali e per Mediaset; moltissimi sono di proprietà di due signori napoletani che la venerano e portano i suoi costumi in giro per il mondo, come feticci e simulacri. Lei ogni tanto concedeva loro una telefonata e un autografo. Conoscendo benissimo se stessa, i propri atout (la vita sottile, il grande sorriso, il caschetto prima bruno poi rosso e infine, appunto, biondo) e i propri difetti (la coscia romagnola, come sempre spiritoseggiava), la signora Pelloni sapeva anche scegliere e vestirsi.

 

Aveva pochi colori di riferimento: il bianco, il nero, il rosso, l’oro. E poi sì, quell’ombelico che a lei piaceva definire “a tortellino”, perché era emiliana, anzi romagnola, e come tutti conosceva infinite battute su quel triangolino sexy di pasta. Aveva i più importanti costumisti italiani e internazionali come consulenti e se stessa come punto di riferimento, stella polare e zenith: parlava del suo personaggio in terza persona; lei era la signora Pelloni; la Carrà un personaggio che viveva nell’immaginario collettivo, e forse non amava il burraco domenicale come lei. Lungo la storia del personaggio-Carrà si percorre una galleria di nomi che va dai premi Oscar Danilo Donati e Piero Tosi ai grandi creatori di varietà e spettacolo come Enrico Rufini, Corrado Colabucci, Gabriele Mayer, passa per l’eclettismo di Sabatelli e include collaborazioni con stilisti come Renato Balestra, Gai Mattiolo, Gattinoni. Secondo il regista spagnolo Pedro Almodovar, “Raffaella Carrà no es una mujer. Es un estilo de vida”. Nessuno meglio di lui ha saputo coglierne l’essenza.