Il decalogo per prevenire l’ictus

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* Presidente Società italiana Cardiologia

Fare esercizio fisico

Riduce almeno del 20% la mortalità per malattie cardiovascolari. Aiuta a controllare la pressione, il colesterolo “cattivo” (Ldl), il peso e a contrastare il diabete. Si consigliano almeno 150 minuti a settimana di attività fisica aerobica moderata (30 minuti per 5 giorni/settimana) o 75 minuti di attività fisica aerobica vigorosa (15 minuti per 5 giorni/settimana) o una combinazione.

Non fumare

Il fumo favorisce lo sviluppo dell’aterosclerosi, delle trombosi e dei fenomeni trombotici sovrapposti. Inoltre, influenza negativamente la funzione dell’endotelio (membrana interna del vaso), la coagulazione, l’elasticità dei muscoli dell’arteria. Smettere significa veder regredire questi effetti, ma ovviamente meglio non iniziare.

Mangiare sano

Le abitudini a tavola influenzano il rischio cardiovascolare, agendo su fattori come colesterolo, attività fisica, peso e diabete. Conviene limitare le calorie, fare attenzione ai grassi (meglio i polinsaturi) consumare meno di 5 grammi di sale al giorno, almeno due-tre porzioni di frutta, anche a guscio, e altrettante di verdure. Il pesce, una-due volte a settimana.

Controllare la pressione

Il rischio di morte per malattie cardiovascolari aumenta progressivamente e linearmente con la crescita dei valori di pressione. La decisione del medico di iniziare un trattamento dipende dal livello della pressione arteriosa e dal rischio cardiovascolare totale. I valori ottimali per la massima sono 130 millimetri di mercurio, per la minima 80.

Attenti all’alcol

Contribuisce a innalzare la pressione arteriosa, favorisce l’aumento di peso, modifica la risposta all’insulina, danneggia la funzionalità epatica e interferisce con il metabolismo di molti farmaci. L’abuso, oltre a causare la miocardiopatia alcolica, aumenta il rischio di fibrillazione atriale, infarto del miocardio e scompenso cardiaco. Per gli uomini: massimo due bicchieri di vino; per le donne: uno.

Abbassare il colesterolo cattivo

L’evento scatenante chiave nella formazione della placca arteriosa è la ritenzione di lipoproteine ricche di colesterolo all’interno della parete arteriosa. Per questo l’Ldl nelle persone a rischio basso dovrebbe essere inferiore a 115 mg/dL, in quelle a rischio alto inferiore a 70 mg/dL e in quelle a rischio molto alto inferiore a 55 mg/dL. Fino a scendere ulteriormente in specifiche popolazioni.

Controllare il peso

L’aumento di peso protratto nel tempo accresce il rischio di malattia cardiovascolare anche perché si associa spesso a ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia e iperglicemia. Il rischio cardiovascolare aumenta quindi al crescere dell’indice di massa corporea e della circonferenza addominale. Questo valore dovrebbe essere inferiore a 94 centimetri per gli uomini e a 80 per le donne.

Attenzione al diabete

Il diabete di tipo 2 è caratterizzato da resistenza all’insulina e conseguente iperglicemia. È direttamente legato a regime alimentare, attività fisica e peso corporeo. Quindi la perdita di peso è essenziale componente di trattamento per il diabete di tipo 2, anche sul fronte della scelta degli alimenti e in particolare di carboidrati. Inoltre, un programma di esercizio fisico migliora il controllo glicemico e riduce il rischio cardiovascolare.

Rispettare le cure

Nei cardiopatici, la sopravvivenza è ridotta nei pazienti che sospendono la terapia, ma anche in coloro che non assumono costantemente il farmaco. L’aderenza terapeutica è fondamentale per il controllo dei fattori di rischio e parte dalla conoscenza della situazione: molti pazienti non hanno chiari i valori di pressione e di colesterolo Ldl da raggiungere.

Combattere lo stress

Così come l’ansia e la depressione, aumenta il rischio di malattie cardiache e ictus. Lo stress cronico tende a far aumentare la pressione e di conseguenza il rischio di infarto e ictus. Inoltre, chi è stressato tende di più ad avere comportamenti sbagliati, come fumare, eccedere a tavola, non fare attività fisica, essere sovrappeso. Questi elementi incidono anche sull’aderenza alle cure.

Stroke unit: dove ci salvano la vita

Non hanno vinto il premio Nobel, John W. Norris e Vladimir Hachinski. Ma questi due neurologi canadesi hanno segnato un vero e proprio cambio di passo nella cura in urgenza dell’ictus cerebrale, a prescindere dalla sua origine ischemica o emorragica, e della possibilità dei pazienti di guarire e ritornare a una vita normale. Grazie a loro, infatti, sono nate le cosiddette “Stroke Unit”. Così come accade per il cuore quando, dopo un infarto, il paziente viene portato in Unità coronarica per controllare le funzioni vitali (monitorando costantemente l’attività cardiaca), allo stesso modo dopo un ictus il controllo delle funzioni vitali e cerebrali della persona colpita, e la possibilità di prendere i dovuti provvedimenti in urgenza, è fondamentale.

In particolare, è di estrema importanza che al paziente siano controllate costantemente la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la respirazione e le funzioni neurologiche legate all’area cerebrale colpita dall’evento.

Grazie al ricovero in una struttura di questo tipo (in Italia si chiamano “Centri Ictus o Unità Neurovascolari”), si può ridurre la mortalità, così come le conseguenze invalidanti nel lungo periodo, con ovvie ripercussioni sulla salute delle persone, ma anche avere importanti risparmi economici per il Servizio sanitario nazionale.

La variabile tempo, in ogni caso, rimane fondamentale (gli esperti definiscono infatti l’ictus “patologia tempo-dipendente”). Quanto prima si interviene, tanto più efficaci possono essere le cure e quindi le possibilità di recupero dell’area cerebrale colpita. Non appena giunto in ospedale, il paziente viene sottoposto a una Tac cerebrale (oppure, solo in casi particolari, a risonanza magnetica) per valutare in primo luogo se l’evento è dovuto a ischemia o emorragia cerebrale.

In caso di ischemia, il trattamento consiste nel rimuovere l’occlusione del vaso ostruito: le terapie dell’ictus ischemico sono volte a “sciogliere” farmacologicamente il trombo che occlude il vaso, o a rimuoverlo meccanicamente; cosa che avviene sia con l’utilizzo di farmaci specifici (trombolitici) in grado di sciogliere il coagulo di sangue sia, in casi selezionati, anche con un trattamento “meccanico”, per lo più associato alla stessa terapia farmacologica, in successione temporale. La tecnica che permette di sciogliere i trombi prende il nome di trombectomia e prevede la rimozione del trombo dall’interno del vaso, con l’uso di sonde introdotte direttamente nell’albero arterioso, in assenza di intervento chirurgico.

Entrambi i trattamenti sono efficaci ma devono essere praticati nelle prime ore dall’esordio dei sintomi. La trombolisi e la trombectomia sono poi seguite da terapie volte ad aumentare la fluidità del sangue e da altre terapie, valutate caso per caso dallo specialista neurologo.

In caso di ictus emorragico, invece, è fondamentale capire, con una diagnosi accurata, la sede e l’entità della lesione. Gli specialisti cercano sempre più spesso di evitare gli interventi neurochirurgici di evacuazione della emorragia, che ormai sono limitati alle emorragie superficiali o a quelle che interessano aree specifiche del sistema nervoso centrale. Perciò l’obiettivo iniziale è comprendere la causa dell’emorragia, che a volte può essere spontanea, altre volte dovuta proprio ai farmaci anticoagulanti somministrati al paziente, per esempio per la profilassi di chi soffre di fibrillazione atriale. Per alcuni di questi farmaci (anticoagulanti diretti) sono già disponibili specifici “antidoti”, mentre per altre medicine queste contromisure farmacologiche sono in dirittura d’arrivo.

Così come per l’ictus ischemico, anche le persone con emorragia cerebrale beneficiano del ricovero nelle “Unità Neurovascolari”, dove gli obiettivi della terapia sono la riduzione dell’edema cerebrale (per lo più con l’uso di farmaci diuretici) e il controllo monitorato della pressione arteriosa. Inoltre, grazie a esami specifici come l’angio-Tac cerebrale (che permette di visualizzare i vasi tramite un mezzo di contrasto) si possono cogliere precocemente segnali dell’ingrandimento dell’emorragia stessa, tali da richiedere terapie particolarmente aggressive. In termini generali, pur essendo la mortalità per emorragia cerebrale superiore rispetto a quella per ictus ischemico, anch’essa viene grandemente ridotta grazie a ricovero e intervento precoce nei “Centri Ictus”.

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