Moda di lotta e di coscienza

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Se esistesse un’olimpiade delle buone cause e delle storture della società da raddrizzare, alcuni marchi della moda occuperebbero il podio intero. Ormai non c’è tematica per la quale non mettano a disposizione risorse e uffici stampa: inclusione, sostenibilità ambientale, sostenibilità etica, violenza contro le donne, difesa degli animali in generale e nello specifico, causa Lgbtqia+, arte, musica, musei negletti, critici d’arte astuti, siti archeologici abbandonati and whatever. Non è più e nemmeno correttezza politica: è una gara all’acquisizione di meriti presso i pubblici più disparati, in cui la potenza economica gioca forse più di sempre un ruolo essenziale. Come è facile intuire, si può essere straordinariamente impegnati sul proprio territorio, ma se si destina, come la maggior parte dei grandi gruppi, una cifra compresa fra l’1 e il 2 per cento del proprio fatturato miliardario al no profit (il solo programma Gucci North America Changemakers Impact Fund nel 2020 ha distribuito un milione di euro a sedici organizzazioni locali per programmi a favore dell’inclusione), si resterà nella memoria “positiva” di un pubblico ben più vasto.

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