Osteosarcoma, una mutazione apre la strada a farmaci mirati già in uso per altri tumori

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I FARMACI mirati che hanno cambiato il trattamento del tumore ovarico e del seno con le mutazioni “Jolie” (dei geni BRCA 1 e 2) potrebbero essere utilizzati in futuro anche contro l’osteosarcoma, il più comune e aggressivo tumore dell’osso che colpisce soprattutto bambini e giovani adulti. Infatti, secondo uno studio pubblicato su Nature Communications un’alterazione genica piuttosto comune negli osteosarcomi, la mutazione del gene RB1, potrebbe rendere questa malattia sensibile ai PARP inibitori. E poiché questi farmaci sono già autorizzati in altri tumori, i pazienti con osteosarcoma con mutazioni RB1 potrebbero beneficiare rapidamente di questi trattamenti, come ha sottolineato Sibylle Mittnacht dell’UCL Cancer Institute e autore principale della ricerca, che è stata condotta anche in Italia, presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. Lo studio è stato sostenuto da Children with Cancer UK, Cancer Research UK e dalla Fondazione AIRC per la Ricerca sul cancro.

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Il gene RB1

RB1 è un gene oncosoppressore – cioè un gene che protegge le cellule dall’accumulo di mutazioni potenzialmente tumorali – localizzato sul cromosoma 13. Le mutazioni RB1 si trovano in circa la metà degli osteosarcomi e sono state collegate a una prognosi infausta e a un alto rischio di andare incontro a metastasi. Ebbene, i ricercatori hanno dimostrato che cellule di osteosarcoma con la mutazione in questo gene vengono uccise dagli inibitori di PARP in maniera molto rapida, e che questi farmaci agiscono sulle cellule di osteosarcoma anche meglio di quanto non facciano quando sono utilizzate contro cellule di tumori mammari o ovarici BRCA positivi. Dalle cellule all’essere umano, questa volta il passo potrebbe essere veloce.

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La ricerca

La ricerca di cui parliamo, infatti, non è stata condotta su esseri umani, ma su cellule di tumore. È insomma una ricerca di base, per cui non si prevede una specifica applicazione clinica nell’immediato. “Ma abbiamo forti indicazioni che la sensibilità agli inibitori di PARP osservata sia riproducibile anche nelle condizioni cliniche”, spiega Katia Scotlandi, responsabile del laboratorio di Oncologia sperimentale dell’Istituto Ortopedico Rizzoli e coautrice dello studio: “Le ricerche, infatti, sono state svolte in laboratorio in condizioni che riproducono fedelmente le caratteristiche dei tumori originali e con cellule tumorali prelevate recentemente. È quindi altamente improbabile che i dati siano dovuti a cambiamenti legati alla crescita a lungo termine delle cellule tumorali in condizioni artificiali. I risultati aprono alla possibilità di una nuova terapia per un tumore per il quale sono indispensabili trattamenti innovativi e il prossimo passo sarà verificare in studi clinici la reale efficacia di questi agenti terapeutici”. E non è solo questo a rendere interessanti i risultati: secondo gli autori anche altri tipi di cancro in cui la mutazione RB1 è frequente potrebbero rispondere ai PARP inibitori, compresi i tumori polmonari a piccole cellule e il glioblastoma. Insomma, l’uso della mutazione RB1 come marcatore di sensibilità a questi farmaci potrebbe aprirne l’uso in una gamma molto più ampia di tumori.

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Cos’è l’osteosarcoma

L’osteosarcoma è un tumore che ha la tendenza a crescere rapidamente e a dare metastasi. Deriva dalla trasformazione degli osteoblasti, cioè delle cellule specializzate nella produzione di tessuto osseo, e origina quasi sempre nelle ossa lunghe delle gambe e delle braccia. È un tumore raro, in Italia si contano circa 100-110 casi l’anno (il 20-25% dei tutti i cancri ossei), ed è più diffuso in fascia pediatrica e tra i giovani adulti: colpisce bambini e bambine allo stesso modo, ma, dopo la pubertà, più i maschi che le femmine (con circa 10 casi per milione contro 1,5 casi per milione). Grazie ai trattamenti integrati (chemio-radioterapia e chirurgia), negli ultimi anni c’è stato un aumento sensibile della sopravvivenza a 5 anni, che è passata dal 20% circa di un paio di decenni fa al 60% e più di oggi. Inoltre, grazie alla chemioterapia neoadiuvante, somministrata cioè prima dell’intervento per ridurre la massa tumorale, l’amputazione dell’arto viene ormai praticata solo nel 5% dei casi.

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03 Gennaio 2022

Immagine: Osteosarcoma, National Cancer Institute on Unsplash

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