Scoperti i neuroni del canto: si attivano solo in presenza di musica e voce

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Sapevamo già che specifici neuroni fossero sensibili alla musica. Quello che non conoscevamo è che esistono dei neuroni che si attivano soltanto se alle note si aggiunge anche la voce, dunque in presenza di brani cantati.

Oggi un gruppo di ricerca del Massachusetts Institute of Technology (Mit) ha identificato queste cellule nervose, nella corteccia uditiva, che riconoscono e si “accendono” in maniera selettiva quando ascoltiamo una canzone. Lo stesso team aveva individuato, nel 2015, i neuroni che rispondono alla musica. I risultati sono pubblicati su Current Biology.

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Uno studio complesso

L’approccio utilizzato per arrivare al risultato è innovativo e si basa sulla combinazione di immagini del funzionamento del cervello ottenute mediante la risonanza magnetica funzionale e un’analisi specifica dell’attività elettrica cerebrale, mediante una tecnica chiamata elettrocorticografia. Questo esame è più mirato e preciso per questo genere di indagine, tuttavia è piuttosto invasivo: per questo gli autori hanno selezionato 15 pazienti con epilessia, che avrebbero comunque dovuto sottoporsi alla procedura.

Gli autori hanno potuto raccogliere per diversi anni i dati dei 15 volontari, studiando le risposte cerebrali a 165 diversi suoni e melodie. Fra questi, ci sono vari tipi di musica, inclusi brani non cantati, dialoghi parlati (senza musica), rumori legati alla vita quotidiana come il tamburellare con le dita su un tavolo o un cane che abbaia.

I neuroni del canto

Oltre a raccogliere i dati dell’elettrocorticografia e della risonanza i ricercatori hanno trovato un modo per combinarli, attraverso un metodo matematico messo a punto per l’occasione. Secondo gli autori questa strada individua un significativo passo in avanti dal punto di vista procedurale.

I risultati hanno permesso di osservare che c’è un’attivazione e una risposta neurale specifica legata al canto, inteso come musica più voce, assente se si prendono altri tipi di musica o dialoghi. Il punto dell’attivazione si trova in cima al lobo temporale, uno dei 4 lobi principali della corteccia cerebrale, vicino a regioni preposte al linguaggio e al riconoscimento della musica. Si tratta di un esito inatteso, stando a quanto riferito dai ricercatori, che ora puntano ad approfondire lo studio.

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Come interpretare i risultati

“Lo studio è interessante”, commenta Roberta Ferrucci, Docente di di Psicobiologia e Psicologia fisiologica all’Università degli Studi di Milano Statale, non coinvolta nel lavoro, “sia dal punto di vista dei risultati sia per la metodologia utilizzata. Integrare la risonanza magnetica funzionale con le registrazioni corticali (mediante l’altra tecnica) permette di rilevare in maniera molto precisa l’attività cerebrale. Questo consente di associare con maggior precisione le funzioni cognitive con popolazioni neurali”.

Il gruppo del Mit aveva già mostrato nel 2015 che c’è un insieme di neuroni che risponde selettivamente alla musica, anche in persone senza un particolare training musicale ed esposte a generi a cui erano poco abituate.

“Il nuovo studio approfondisce la conoscenza che abbiamo su come il nostro cervello elabora gli stimoli musicali”, aggiunge Ferrucci, “analizzando le basi neurali che ci permettono di distinguere tra una conversazione parlata, una melodia e una canzone in cui la musica è accompagnata dal canto”. Secondo l’esperta questi studi possono aiutare a conoscere meglio alcuni meccanismi del neurosviluppo e del funzionamento cognitivo legato alla musica e al linguaggio.

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Dalla musica alle alterazioni del linguaggio

Sapere che ci sono neuroni deputati al canto, infatti, non è solo una curiosità, ma potrebbe avere alcune applicazioni, in futuro, anche in ambito clinico. “Capire meglio in che modo le aree del cervello elaborano questi stimoli può fornire informazioni anche su disturbi neurologici e alterazioni legate al linguaggio, come le afasie”, conclude Ferrucci. “Sapere che ci sono aree specializzate nella comprensione musicale può fornire nuovi spunti per terapie finalizzate al recupero di altre funzioni, ad esempio della capacità di produrre il linguaggio verbale”. 

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